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Marija Matić

"Orfani"

Chiesa di S. Tommaso, Via Del Monte, Rovigno
martedì 12 giugno 2018 - sabato 30 giugno 2018


Parlando di Marija Matić parliamo di autoritratti, collage, disegni: una tale eterogeneità e al contempo unitarietà, ci rammentano che quel che è importante nell'arte non è il media, ma l'artista. I suoi modelli, a prescindere se si tratti di lei stessa (autoritratto), o di bambini (orfani africani), riescono a trasmettere un'infinità di emozioni, da quelle che ci inquietano: tristezza, paura, certamente angoscia o ipocrisia, e lucidità negli sguardi dei soggetti, fino ad arrivare a quelle come la sincera felicità e l'infantile giocosità. L'espressionismo „estensivo“ nell'opera dell'autrice, il quale rivolge la sua corrente metafisica verso la vita, oggi ci può tenere „incollati“ in maniera intrigante, alla parete della galleria a osservare le opere. Gli autoritratti, i collage, i ritratti vengono creati in modo tale da non poterci passare davanti con indifferenza. Attraverso questi Marija riesce a dar vita e a rivivere sé stessa, ignorando completamente al contempo qualsiasi regola di anatomia, di figuratività... Oggi le sue opere, proprio per la loro manifestazione espressionistica, possiedono quell'urlo tanto necessario nel mondo, quel grido quasi animale di profonda paura che esprime la disperazione per la situazione in questo mondo odierno, così com'è. Per tecnica pittorica e soggetti le opere di Maria non costituiscono un mezzo per risvegliare compassione là dove non ce n'è; esse, nella loro forma più pura, sono un mero commento sulla società.

Parlando di Marija Matić parliamo di autoritratti, collage, disegni: una tale eterogeneità e al contempo unitarietà, ci rammentano che quel che è importante nell'arte non è il media, ma l'artista. Non vorrei porre l'accento sulla sua età, ma è davvero raro che una studentessa del terzo anno dell'accademia si profili, senza ombra di dubbio, in quello che crea, e lei ci riesce con profonda convinzione.

I suoi modelli, a prescindere se si tratti di lei stessa (autoritratto), o di bambini (orfani africani), riescono a trasmettere un'infinità di emozioni, da quelle che ci inquietano: tristezza, paura, certamente angoscia o ipocrisia, e lucidità negli sguardi dei soggetti, fino ad arrivare a quelle come la sincera felicità e l'infantile giocosità. La prima cosa che ci potrebbe colpire in Marija è la quantità di autoritratti da lei creati, che non trasmettono però, e lo notiamo subito, la minima dose di narcisismo. Ricordiamoci semplicemente del significato dell'autoritratto nelle opere di Julije Knifer, Ljubo Ivančić, Gabrijel Stupica. Pongo l'accento su questi artisti perché, pur avendo stili completamente diversi, il modo in cui hanno fatto il ritratto a sé stessi è identicamente vicino allo spirito degli autoritratti di Marija.

L'espressionismo „estensivo“1 nell'opera dell'autrice, il quale rivolge la sua corrente metafisica verso la vita, oggi ci può tenere „incollati“ in maniera intrigante, alla parete della galleria a osservare le opere. Gli autoritratti, i collage, i ritratti vengono creati in modo tale da non poterci passare davanti con indifferenza. Attraverso questi Marija riesce a dar vita e a rivivere sé stessa, ignorando completamente al contempo qualsiasi regola di anatomia, di figuratività... Oggi le sue opere, proprio per la loro manifestazione espressionistica, possiedono quell'urlo tanto necessario nel mondo, quel grido quasi animale di profonda paura che esprime la disperazione per la situazione in questo mondo odierno, così com'è. Quell'irrequietezza moderna che Kirkegaaerd denota quale sincope di libertà, e Heidegger quale autoscoperta degli esseri del mondo. È un'insofferenza percettibile nell'ideale antiarmonico dei ritratti esposti, dove l'accento viene messo sulla potenza dell'espressione, non sulla bellezza.

Mi permetterei di tirare una linea di confronto tra le immagini degli orfani africani che Maria ci presenta e „l'espressionismo critico della civiltà“2 delle opere di Ernst Kirchner, le cui immagini del mondo quali risultato dell'affronto con nuove esperienze di vita e visioni spirituali, hanno creato tutta una serie di scenari di strada (Straβenbilder), nei quali le prostitute vengono ritratte quasi prive di qualsiasi emozione. Perché l'autrice sceglie proprio gli orfani d'Africa? Osservandone gli sguardi piatti, il pensiero che si fa spazio in noi è la domanda: da quando è stato che siamo diventati talmente estranei, da quando il conoscere l'impotenza e la miseria altrui è divento un'esigenza per poter sentire un'emozione, il disagio, la colpa? Per tecnica pittorica e soggetti le opere di Maria non costituiscono un mezzo per risvegliare compassione là dove non ce n'è; esse, nella loro forma più pura, sono un mero commento sulla società.

Tanja Škrgatić

1Termine che sentiamo per la prima volta nel 1914, coniato dal critico d'arte e scrittore tedesco Paul Fechten, che considerando i vari livelli di astrattismpo nel linguaggio delle forme, distingue l'espressionismo „intensivo“ ed „estensivo“, i cui rappresentanti erano Vasilij Kandinskij e Max Pechstein.

2Beloubek-Hammer, A. – «Tiha pobuna – najveći majstori njemačkog ekspresionizma»,«Duhovne pretpostavke ekspresionizma», GKD., 2008, pag. 21.

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